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Viaggiare nonostante la PAURA

Aprile 2016

IO HO PAURA!

Non capisco perché non si debba dire che gli ultimi attentati hanno risvegliato in tutti, non negatelo, la paura di viaggiare. E allora non nascondiamoci dietro a frasi fatte della serie “è quello che vogliono, non dobbiamo dargliela vinta”, perché poi alla fine ognuno di noi deve fare i conti con il proprio timore.

Eccomi qui allora a fare i conti con il mio, con quella paura che un tempo non avevo ma che ora mi fa riflettere prima di partire o organizzare un viaggio. E’ quel genere di paura che nasce dopo un attentato e che cambia con il tempo. Probabilmente molti di voi si riconosceranno in questo timore, altri invece no, ma è ovvio è assolutamente soggettivo, ma forse condividerlo servirà un po’ a tutti.

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Dove tutto è iniziato

Ricordo esattamente cosa stessi facendo in quell’11 settembre maledetto: ero nella portineria della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Pisa, dovevo ritirare dei documenti. Mia mamma mi aspettava in macchina, ogni scusa era buona per andare a fare un po’ di shopping “fuori sede”. Alla radio la notizia che una Torre Gemella era stata colpita da un aereo. Non ho avuto neanche il tempo di pensare, perché la notizia era cambiata: entrambe le torri erano state abbattute. E’ iniziata lì la paura, non solo per me. Ma all’epoca ero una poco più che ventenne amante dei viaggi, dell’avventura, curiosa, vogliosa di scoprire il mondo e perché no anche un po’ matta. Ero quel genere di ragazze che spendono i soldi guadagnati con il primo lavoro (da giornalista) in viaggi invece che in discoteche. Ero quel genere di giovani impavidi e fatalisti che alla domanda  “ti sembra il caso di partire con quello che succede nel mondo?” rispondeva “tanto se deve succedermi qualcosa mi succede anche nel giardino di casa e allora vuoi mettere il gusto di farmi capitare “qualcosa” in posto più bello?”. E’ per questo che non ho mai messo un freno ai miei viaggi. L’anno dopo andai prima in Egitto e poi ad Istanbul, poi ancora in giro per mezza Europa fino al 2007, l’anno della mia prima volta a New York. E’ forse nel momento in cui arrivai al cantiere di Ground Zero che feci per la prima vota i conti con la paura. Non perché pensassi che potesse succedere qualcosa ancora lì e in quel momento, ma perché ebbi per la prima volta la percezione di quanto possa essere tutto la questione di un attimo. Quel momento di riflessione davanti alle foto di chi lì aveva perso la vita non mi ha cambiata totalmente ma in parte sì. Ho continuato ad esplorare il mondo e ad essere una fatalista incallita, ma con un pizzico di coscienza in più.

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Qualcosa è cambiato

Gli anni però passano, la vita cambia e mi sono ritrovata a non poter pensare più solo a me stessa. E proprio in quel momento ecco che sono ricominciati gli attentati. Ed ecco che ora HO PAURA. Ho un marito ed un figlio piccolo e non posso metterli o mettermi in pericolo. E’ un modo per dargliela vinta? Può darsi ma oggi è impossibile non fare i conti con quello che ci circonda. E allora mi sono trovata a rinunciare ad una gita veloce in giro per l’Europa, a pensare a come mettere al sicuro mio figlio in aeroporto quando partiremo per le vacanze. A prendere in considerazione di partire da un aeroporto piuttosto che da un altro, o a pensare già di preferire la piscina del villaggio alla spiaggia perché… non si sa mai. Tutti pensieri che poi alla fine non portano a molto, perché tutto è imprevedibile. Anche restare a casa non mi fa sentire più sicura. C’è allora un modo per trovare il coraggio di andare avanti, per vincere davvero la paura? Io ne ho cercato uno che risolvesse il problema alla radice. L’ho cercato perché vorrei che mio figlio crescesse come me, viaggiatore e non turista. Che girasse il mondo e fosse curioso di scoprirlo. Che imparasse ad apprezzare le bellezze di ciò che lo circonda fin da ora. Vorrei che avesse quel pizzico di incoscienza che avevo io, senza sfidare la sorte, ma senza lasciarsi ostacolare dalla paura. L’ho cercato quel modo ma non l’ho ancora trovato. E allora non mi resta che fare i conti con la MIA paura, cercando di non trasmetterla a lui (per fortuna è ancora troppo piccolo per capire): vacanze “sulla carta” tranquille, scelta accurata dei mezzi di trasporto specie nelle grandi città (abolite le lunghe passeggiate nelle vie principali e spazio ai bus turistici che ho sempre odiato, ma che oltre ad essere comodi ci regalano una parvenza di sicurezza), tattiche per trascorrere il meno tempo possibile al check-in in aeroporto. Tutti espedienti praticamente inutili ma che mi fanno vivere più in pace con la mia coscienza. Spero solo di non dover mai dire a mio figlio, quando sarà in età da viaggiare da solo, “ma ti sembra il caso di partire con tutto quello che succede nel mondo?”

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18 Agosto 2017

Non avrei mai voluto aggiornare questo post. Non lo avrei voluto aggiornare in questo modo, forse mi sarebbe piaciuto scrivere un’appendice raccontandovi come il mondo era cambiato, come tutto era tornato ad una apparente normalità. Ed invece sono qui ancora a scrivere della PAURA che abbiamo tutti. Dall’aprile 2016, data in cui avevo scritto questo post, gli attacchi si sono susseguiti senza sosta: Nizza, Berlino, Londra (due volte) e ieri Barcellona. E allora continuo a pensare di aver paura, una paura crescente che mi fa essere sempre più diffidente. Ho paura ad andare ad un concerto nella mia piccola città, ho paura a pensare ad un viaggio. Da quell’aprile 2016 ho fatto scelte un po’ diverse nell’organizzare i miei viaggi con la famiglia, ma per certi versi ho trovato un po’ più di sicurezza. Sembra strano dirlo, perché se gli attacchi aumentano dovrebbe aumentare anche il timore. Ed invece, per una strana questione mentale, mi ritrovo ad essere più sicura nell’affrontare quello che mi circonda. Al momento non sembra esserci alcun modo per fermare questa ondata di odio e morte, e allora non possiamo che trovare una soluzione per non farci fermare. E non mi sono fermata. Ho paura ma vado ai concerti. Ho paura ma mi concedo un fine settimana ogni tanto in giro per il mondo (specie a Londra). Ho paura ma continuo a portare mio figlio in viaggio perché possa godersi il bello di quello che lo circonda. E invidio a lui la spensieratezza, la sua incoscienza, perché a 3 anni non si ha paura di niente. Continuo ad avere qualche accortezza in più rispetto a qualche anno fa, ma vado avanti a testa alta. Sono fatalista, lo sapete, ma questa volta non è solo una questione di fatalismo, è una scelta. Una scelta a volte sofferta perché non so se mi sentirei più egoista a tenere mio figlio a casa o se mi sento più egoista a portarlo in viaggio. Ho un marito con cui parlo e condividiamo la voglia di non fermarci seppur con un po’ più di prudenza, e questo mi da la forza per fare queste scelte.
Ho paura, lo ammetto. Ne abbiamo tutti, ma la consapevolezza, la triste consapevolezza, che tutto questo non finirà a breve, mi rende più sicura. Non mi fermerò. Non fermatevi!

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