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Laos: la terra da un milione di elefanti

Il Laos visto con gli occhi del nostro amico viaggiatore Mathias.

Il tailandese ara il terreno. Il Vietnamita pianta i semi. Il Laotiano guarda come crescono

Detto Tailandese

Tutto inizia dal confine settentrionale della Thailandia. Partendo da Chang Rai, nel triangolo d’oro famoso nel mondo per le sue ricchezze (e per essere stato l’epicentro mondiale della droga), il confine non è molto distante e tramite mezzi pubblici fatiscenti ma decisamente economici si arriva a Huay Xai. Ho pochi giorni per visitare due/tre città simbolo del Laos.

FIUME MEKONG: il confine tra Thailandia e Laos

Il fiume Mekong è il confine naturale tra lo stato thailandese e quello laotiano, attraversandolo con un piccolo e rapido traghetto ci si trova direttamente in Laos. Bastano pochi minuti per arrivare sulla sponda opposta del fiume e mettersi diligentemente in coda aspettando, nell’angusta dogana, il proprio visto per accedere al paese. Uniformi color crema, distintivi scintillanti, aria annoiata. I militari del regime comunista laotiano scrutano torvi i tanti turisti che scherzano e cercano un filo d’ombra vista la calura imperversante. Tra zaini ammassati ed un ritmo blando passano le canoniche due ore per ottenere il visto e poter proseguire il viaggio. Il piano è molto semplice: salire su una “slow boat“, imbarcazione di medie dimensioni adibita al trasporto pubblico, viaggiare due giorni cullati dal lento ed imponente fiume Mekong e arrivare a Luang Prabang, meravigliosa città nel cuore del Laos. La chiatta non è un granché, la sensazione che possa affondare da un momento all’altro è evidente. I posti a sedere non sono altro che sedili sradicati da vecchi autobus ed incolonnati in due file. I biglietti numerati sono qualcosa di fantastico. In mezzo a questo ammasso di lamiera di dubbia stabilità, la soluzione a tutti i mali: un angolo bar. Un geniale filo conduttore che unirà, nelle ore successive, gente di ogni nazionalità, viaggiatori di tutto il mondo felici di poter conoscere, sorseggiando birre Lao Lao ghiacciate, avventurieri inebriati dall’atmosfera unica del fiume. Le ore passano e lentamente, molto lentamente, l’imbarcazione continua il suo viaggio su questa striscia autostradale d’acqua marrone che attraversa una fittissima giungla. Uno scenario alla Apocalypse Now, impossibile non ammirare la fitta vegetazione a perdita d’occhio e non provare la sensazione di essere minuscoli parassiti smarriti nel cuore pulsante dell’Indocina. Le emozioni si susseguono, come le birre ed i dialoghi fitti con i compagni di viaggio. Spagnoli, tedeschi, australiani, francesi, ma anche fila italiane ben rappresentate da me e due coppie di origini romane e napoletane ma residenti a Milano. Un mix omogeneo, un’internazionale di avventurieri che raccontano delle loro vite, sorseggiano birra, si scambiano e-mail e ridono di gusto. Nel frattempo nella parte anteriore dell’imbarcazione anziani viaggiatori cercano ispirazione scrivendo fitto nelle loro agende. Una coppia dorme abbracciata, una ragazza ascolta musica e fa foto a ripetizione. Ad ogni breve sosta (il battello è un mezzo di trasporto frequentatissimo), gli abitanti del luogo caricano di tutto: polli vivi, casse di cibo, valige. Dopo ore piacevolissime la sosta per la notte. Il pernottamento sarà nel villaggio di Pak Beng, abbarbicato su una collina ed immerso nella giungla. Perfetto luogo per sgranchirsi le gambe, fare una doccia calda e provare un gustoso piatto locale. Quiete, candele, profumo di cumino e una leggera musica in sottofondo. In viaggio è iniziato nel migliore dei modi.

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LUANG PRABANG

Il mattino seguente si prosegue di buon ora e accompagnati da una una piacevole brezza, verso l’ex capitale del Laos. Arrivo a destinazione nel pomeriggio, grazie ad un breve tragitto su tuc tuc obsoleti e ad un bel po’ di pazienza (i laotiani si dimostrano tanto sorridenti quanto poco propensi a dare spiegazioni ed informazioni). Il pernottamento viene scelto al momento: l’offerta della città è ampissima, tra guesthouse, bettole e posti deliziosi. Risolto la pratica o mollato lo zaino, è d’obbligo una passeggiata tra le vie di Luang Prabang. Innamorarsi di un posto del genere è inevitabile. Immaginate una cittadina dislocata sulle rive di un tranquillissimo fiume, immersa in tanto verde e con pochi mezzi a motore. Mi perdo immediatamente in un brulicante e decisamente turistico mercato all’aperto. Fitte fila di bancarelle vendono di tutto: manufatti, tessili, stampe bellissime ed inquietanti bottiglie con cobra e ragni orripilanti annegati nell’alcol. La contrattazione selvaggia è d’obbligo, anche se la gentilezza ed i sorrisi fanno ben presto desistere. La città ha un centro patrimonio dell’umanità Unesco, disseminata di templi buddisti in buone condizioni, tutti accessibili. Inutile fare classifiche o segnalarne uno specifico: camminare ed entrare nei cortili a caso è il metodo migliore da seguire. Visitare i Wat (templi), comodamente accessibili pagando un ingresso spesso irrisorio. Perdersi nei cortili e godere della quiete della cittadina, spiare la quotidianità dei monaci avvolta dal profumo di piacevoli incensi. Ascoltare in silenzio preghiere e fare scatti fotografici fantastici grazie al contrasto delle tonache arancioni dei monaci ed il cielo azzurro. Questa è Luang Prabang e vorrei fermarmi una settimana, non soltanto due giorni. La città è nota per la cerimonia della donazione dell’elemosina ai monaci. Ogni mattina all’alba si forma una processione e gli abitanti del posto, con generosità, offrono cibo e bevande ai religiosi che come si sa, vivono di offerte. La passeggiata prosegue fino alla collina che domina la città: il monte Phousi, dalla quale si può godere di un panorama mozzafiato. Scorte di acqua doverose: passeggiata ostica anche se breve. Cala la sera e trovo facilmente un intrigante ristorante in un cortile. Inutile sottolineare i prezzi irrisori: con 7/8 euro si cena divinamente. La mia poca precisione nella selezione del menù fa si che arrivi, invece che acqua, una bella pinta di micidiale grappa. Ovviamente, per non risultare offensivo, la sorseggio rischiando il decesso. Il cibo è molto gustoso anche se si tratta di una cucina meno pregiata di quella Vietnamita e meno varia di quella Thailandese. Dominano erbe fresche, verdure cotte al vapore e carne, spesso tritata, con un tocco di spezie. Il piatto tipico è il Laap, carne di pollo tritata servita con verdure e riso. Cucina non pesante e piacevole al palato. La serata prosegue con una passeggiata in centro dove graziosi locali di chiare origini francesi (ex coloni) attirano non poco.

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Il giorno successivo passeggiando mi accorgo che stanno trasmettendo la prima di campionato, Inter-Genoa, in una tv praticamente per strada. Si tratta di un’abitazione con diverse persone intente a cucinare, bere e conversare. Visto il mio interesse evidente vengo invitato in veranda e mi viene offerta una Lao Lao ghiacciata. Come dire di no? Basta un gol ed una esultanza forsennata per creare il caos e generare una sorta di piccola curva tra divertiti laotiani, appassionatissimi di calcio europeo. Si aggiungono diversi ragazzi conosciuti sulla slowboat, che passeggiando si accorgono del capannello formatosi. Tra chiacchiere e birre vengo a scoprire che quella comunità stava “festeggiando” un funerale. Eravamo ad una veglia funebre. Con sommo imbarazzo vado a fare le condoglianze al giovane ragazzo individuato come il padrone di casa. Lui, gentilmente, mi spiega che stanno aspettando i parenti per il funerale, ma che in Laos gli spostamenti durano giorni. Mi accompagna all’interno della casa, vuole mostrarmi lo zio deceduto. Impietrito accetto. Lo zio era posto in congelatore, in salotto. Una scena alla Due occhi diabolici di George Romero. Dopo un momento di silenzio il giovane mi insegna una piccola preghiera buddista. Faccio una piccola offerta tra candele ed incensi e ricevo una nuova Lao Lao, che ovviamente era nel congelatore con il morto. Scene epiche. Continuo la mia passeggiata arricchito e attonito. Tornato alla guesthouse in serata, il sorridente gestore mi invita a bere una grappa in compagnia (ci risiamo). Siamo in tre, in veranda, con una bottiglia ed il Mekong lento e silenzioso di fronte. “Cosa state facendo ragazzi?” “guardiamo il fiume scorrere”. La sintesi estrema del pensiero umano. Ora posso andare a dormire soddisfatto.

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Il giorno successivo decido di spingermi alle cascate di Kuang Si per godere di un panorama mozzafiato. Non sono molto distanti queste splendide cascate, un claustrofobico minivan prenotato in una delle mille agenzie viaggi mi porta sul posto. Imponenti, come una lama lucente le cascate tagliano in due la vegetazione. Arrivare in cima è piuttosto pericoloso ma ne vale la pena. Non mancano tonnellate di fango e dirupi, la sicurezza non è garantita: fai quello che vuoi da queste parti ma a tuo rischio e pericolo. Incontro una coppia poco omogenea di romani che mi sconsigliano vivamente il trekking per l’innumerevole numero di ragni giganti finiti loro addosso. Se avevo una mezza intenzione di fare qualcosa del genere, è morta lì. La serata, di ritorno in città, è favolosa. Drink a profusione nel magico UTOPIA, locale hippy turistico ma accogliente, posto in un cortile molto verde e con un sound démodé inconfondibile. In compagnia dei ragazzi della slowboat incontrati in città ci lanciamo in una spericolata nottata, consapevoli della chiusura di ogni locale alle ore 23 per decreto legge. Proviamo, corrompendo due tuc tuc, una discoteca modaiola laotiana nelle poche ore a disposizione: unici occidentali, sotto gli occhi di tutti. I giovani del posto tutti muniti di lao lao, tutti in piedi, tutti immobili. Stesso sound dell’Utopia. Il gran finale, a caccia di emozioni, è nell’unico locale ancora aperto: il boowling di Luang. Aria condizionata così così, clima anni 80, tecniche di lancio sopraffine in stile Drugo del grande Lebowski, foto a profusione con i giovani del posto sorridenti ed incuriositi. Una serata bizzarra, piacevole, irripetibile.

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VANG VIENG

E’ un bus gran turismo che mi farà scavalcare colline fitte di vegetazione e mi permetterà di raggiungere la prossima meta: Vang Vieng. L’acquisto del biglietto vip non mi ha garantito nulla più di 4 ore su un bus privo di ammortizzatori, con una serie di ribaltoni infiniti a sinistra e destra ed una piacevole voglia di vomitare in un sacchetto come fossimo in mezzo all’oceano Pacifico. Purtroppo tra strade dissestate, mezzi fatiscenti e guide spericolate, ho capito che questa è la normalità in Laos e me ne faccio una ragione. I tempi di percorrenza sono biblici. Vang Vieng era meta famosa nel mondo per il tubing, pratica molesta che consisteva nel lanciarsi nel fiume con una grossa ciambella galleggiante e sbronzarsi negli innumerevoli bar dislocati sulle rive del fiume. Il tutto condito da musica infernale. Dopo anni di turismo sfrenato e qualche decesso dovuto a teste sfracellate su pietre, questa pratica è stata abolita, assieme alle fila di locali pronti a sfornare happy pizza (farcita con funghi allucinogeni). Di tutto questo è rimasto ben poco. Al mio arrivo la quiete regna sovrana. La cittadina è orrenda, ma la posizione risulterà fantastica per escursioni di ogni genere. Procurarsi una mountain bike è d’obbligo: pianifico un trial di 25 km di strade sterrate, ben segnalato in ogni guida. Il paesaggio ricorda Avatar, le formazioni calcaree ricoperte di vegetazione sono imponenti. Nel mio girovagare mi faccio abbindolare da un anziano signore che si spaccia per una guida turistica. Con piacere allungando poche monete vengo accompagnato a visitare una grotta meravigliosa, raggiunta dopo aver superato torrenti, risaie e ripide stradine. Si chiama grotta delle farfalle. Stalattiti, felci enormi, fasci di luce e crepacci da evitare abilmente. Sa solo una parola in inglese la mia guida: “No good!”, utilizzata a profusione indicando con un bastone acuminato pericoli a volontà. Il dialogo è ridotto a cenni, mi viene offerto un intruglio che ovviamente sorseggio a mio rischio e pericolo. Abbandonata la guida improvvisata, mi appresto a tornare verso casa, inconsapevole del cambio repentino del meteo: una tempesta si abbatte sulla zona in pochi istanti. Tento di ripararmi sotto delle foglie di palma, prima di riuscire a rifugiarmi in un casolare dove una meravigliosa famigliola del luogo mi invita sorprendentemente a cena. La bellezza di questa gente, che è disposta dividere tutto con il prossimo è qualcosa di stupefacente. Viaggiare è meraviglioso. La zuppa offerta è un abominevole mistura di cipolle e aglio, le ragazzine della famiglia ridono di gusto alle mie espressioni sofferenti. Ringrazio sentitamente e fradicio ma soddisfatto torno all’albergo. Un libro, la veranda ed un bellissimo tramonto post pioggia sono il modo migliore per chiudere la giornata. Quella seguente mi porta in un magnifico parco in riva al fiume, tra verdeggianti colline: la celebre Blue Lagoon. Offre un’acqua cristallina nella quale tuffarsi, tra farfalle e qualche turista di troppo. A ridosso la Tham Phu Kham Cave, impressionante grotta visitabile per pochi Kip. Posti idilliaci, relax, farfalle colorate gigantesche e la sensazione di essere in un posto magico.

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VIENTIANE

Dopo un paio di giorni, a malincuore, parto direzione capitale con un minivan questa volta ammortizzato. La meta finale è Vientiane. Unico posto da me visitato brulicante di autovetture, la capitale è piuttosto anonima e sgraziata. Il centro della città è dispersivo, con un’infinita “promenade” che visito sotto il sole cocente. Interessante salire sull’arco Patuxay, una sorta di arco della pace ridotto da cui si può godere un discreto paesaggio acquistando gadget e cartoline. Enormi la sede del parlamento/partito ed il centro culturale. Anche qui domina il Mekong, imponente scorre lento affiancato da una passeggiata lungofiume brulicante di vita, sotto bandiere di regime sventolanti. Un’enorme statua raffigurante Chao Anouvong, re del Laos a inizio 800 ed eroe di guerra, porge la mano: al di là del fiume la Thailandia. Serata con piacevole cena finale con vista sull’imponente Lao National Museum. Due chiacchiere con una solitaria turista olandese (stimolante viaggiare da soli, puro allenamento per l’inglese), poi ritorno con gambe doloranti in albergo. Il mio viaggio volge al termine, non prima di aver visitato il Pha That Luang, il “grande Stupa” ricoperto d’oro. Complesso templare imponente, raffigurato sulle monete laotiane. Bello girare all’interno di quest’area ben tenuta e affascinante.

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In conclusione si è trattato di un viaggio breve ma intenso, che mi ha permesso di assaporare un paese molto meno misterioso di quanto si creda. Il regime non pone molti ostacoli ai turisti che possono ammirarne le bellezze architettoniche e la natura. Importante essere dotati di tanta pazienza per la scarsa rete stradale ed i mezzi obsoleti. Paese che ripaga chiunque con un’ospitalità rara, un rapporto qualità/prezzo imbattibile e la sensazione di poter godere di giorni di vera quiete e relax. Nulla a che vedere con gli eccessi straripanti della Thailandia o il caos delle metropoli vietnamite.

Quello che ho davvero amato del Laos è la gente. Se un giorno deciderete di andarci, godetevi i sorrisi che riceverete senza un motivo e la gentilezza e disponibilità delle persone. Anche solo per questo, il viaggio merita il prezzo del biglietto.

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Mathias Mazzetti

math@art-house.org

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